Metamorfosi dell’Esattezza
2025
ESATTEZZA: contatto
Per Silvia Fiorentino, la poesia è esattezza e libertà, e coincide con la vita: il contatto tra la vita e l’arte. Essere poetessa è, per sua dichiarazione, una scelta di vita: la poesia pretende questa esattezza, di parola e sentimento, e l’esattezza va cercata nella parola poetica, da trovare in tante maniere differenti. Ecco perché la poesia per Silvia è una condizione necessaria, la base di tutta la sua arte fatta di parole e immagini.
Le immagini/poesie che subito incontriamo sono immagini di incontri, dunque da qua partiamo, dal contatto: nelle opere in questo libro, dove prende forma l’incontro tra persone; nel libro in sé, poiché chi legge ha tra le mani un libro d’artista, oggetto ibrido che richiede il contatto con il fortunato lettore che si trova a toccare un’opera d’arte fatta di pagine.
La piastra in ceramica – materiale metamorfico, al contempo freddo e caldo, morbido e duro – chiama il contatto del polpastrello che la accarezza.
Ma se nel libro d’artista, uno dei territori più frequentati e sperimentali della creatività contemporanea, si assiste al rifiuto della narrazione a favore della forma, ossia al ribaltamento del rapporto tra “segno” e “significato”, in Silvia la parola poetica, nella sua esattezza, è l’essenza stessa dell’opera, poiché la poesia si manifesta tanto in parole quanto in immagini. In tal senso, segno e significato sono simbiotici, non si muovono uno in direzione dell’altro ma stanno al fianco: la parola poetica per Silvia è sia fonema che grafema – nel senso greco di graphein.
Graphein è il segno insieme grafico e scrittorio, sia scrittura che disegno: un concetto quanto mai esatto – oso dire poeticamente esatto – per descrivere l’arte di Silvia.
La parola poetica è insieme parola (letteralmente) e immagine.
Questi acquerelli sono dunque poesie: una elegia di colori e sentimenti, dove il contatto tra i corpi – tutticorpi, di ogni sesso età razza genere specie – crea affettività e scambio, nella ricerca di una zona franca dove le parti si danno per avere qualcosa che non è di nessuno ed è di entrambi. Va conquistata, questa zona franca: in essa si trova la libertà della poesia.
La poesia infatti, contrariamente ad altre arti, parte dall’esattezza per capovolgere le regole del linguaggio, nella ricerca di una libertà che le è sostanziale.
La poesia è insieme esattezza e libertà, e non c’è contrasto in questo. Penso per esempio al significato ispirativo che ha la siepe ne L’Infinito: lungi dall’essere vissuta come un limite, la siepe è uno stimolo per l’immaginazione. Solo la finitezza consente alla fantasia di arrivare alla libertà dell’infinito.
L’esattezza pretesa dalla poesia è cercata da Silvia nella parola poetica: a questo pensiero fa eco figurativa la precisione di citazioni che l’osservatore, giocando con la memoria, non faticherà a riconoscere, attraverso la storia dell’arte.
Giotto, Rodin, la tradizione della pittura, assieme a figure in abiti moderni e figure senza tempo, unite tutte dai gesti più ancestrali dell’umanità: l’abbraccio e il bacio, il contatto che cerca e crea affettività. Abbracci, baci, mani che si sfiorano, corpi che si avvicinano: l’esattezza della poesia è ciò che dà a questi incontri il loro vero valore.
La libertà e la gioia di questi gesti è nel colore, che esplode nella trasparenza vivace dell’acquerello, poesia dello sguardo.
METAMORFOSI
È nelle sculture che si evolve la zona franca dell’incontro, dove non esiste più un io e un tu: la metamorfosi.
Le sculture dialogano con gli acquerelli in un simposio poetico: ai colori cangianti della pittura risponde l’avorio della ceramica, ma mentre l’acquerello è la poesia dell’incontro, la scultura è la metamorfosi del contatto.
Il contatto è un aspetto che non si controlla: l’incontro può far nascere legami naturali e cose inaspettate. L’esattezza della poesia lascia spazio ad altro.
I corpi si uniscono in una cosa sola o si trasformano: le madri con bambino tornano ad essere due in un solo corpo, le chiome di donna diventano cascate o frondosi rami di piante. La metamorfosi da luogo all’inaspettato.
«In frondem crines, in ramos bracchia crescunt» [I, v. 550]: così Ovidio nelle Metamorfosi ci descrive la trasformazione di Dafne inseguita da Apollo: amata non innamorata, implora aiuto, lei colpita dalla freccia del rifiuto è disposta a tutto per sfuggire al dio centrato invece dal dardo d’amore.
La trasformazione di queste sculture ha però tutta un’altra connotazione: non di disperazione o coercizione, ma di cambiamento; la trasformazione porta al raggiungimento di quella zona franca di libertà di cui abbiamo parlato, dove le parti lasciano indietro il sé per diventare un noi. Questa unione, avvicinando le persone, allontana la finitezza del corpo trasportandolo dove avviene l’inaspettato: l’inatteso diventa ora una forma di compiutezza, l’incontro dei corpi si compie in una unione che li trasforma.
Resta però una fascinazione, ben espressa dalle parole di un testo che Italo Calvino dedica alle Metamorfosi: «La contiguità tra dei e esseri umani […] è uno dei temi dominanti delle Metamorfosi, ma non è che un caso particolare della contiguità tra tutte le figure o forme dell’esistente, antropomorfe o meno. Fauna, flora, regno minerale, firmamento inglobano nella loro comune sostanza ciò che usiamo considerare umano come insieme di qualità corporee e psicologiche e morali»
Tale riflessione me ne richiama una, simile, totalmente contemporanea, che proprio Silvia con la sua vulcanica cultura mi ha suggerito: i pensieri di un filosofo, Emanuele Coccia, che al tema della metamorfosi ha dedicato un libro, descrivendola oggi come una contiguità biologica tra tutti gli esseri, viventi e non, una connessione che collega tutto ciò che esiste, sulla terra, alla terra, in un’unica unità cosmica che è la vita. La metamorfosi è la trasformazione della vita, che contiene tutto.
Sicuramente è uno degli aspetti che hanno reso l’opera ovidiana sempre apprezzata e capace di parlare ad ogni tempo, fino ad oggi.
La poesia, partendo dall’esattezza, capovolge le regole del linguaggio: in queste sculture si è compiuto questo capovolgimento, dove il contatto lascia spazio alla trasformazione.
La regola ha lasciato spazio alla libertà: libertà di essere, libertà di divenire.
CORRISPONDENZA: contatto II
Il divenire si ri-chiude sugli acquerelli.
Questa sinfonia sull’incontro, in tre movimenti, torna sull’acquerello, chiudendo in un cerchio questo dialogo poetico: la corrispondenza.
Alle sculture e ai rilievi corrispondono altri acquerelli – ma di natura diversa (più grandi) e con un rapporto diverso (uno a uno).
L’acquerello è punto di partenza e di arrivo: da rappresentazione esatta dell’incontro, che si trasfigura nella metamorfosi, diventa rappresentazione esatta della metamorfosi avvenuta, cui corrisponde con la precisione della citazione.
Sono ripresi in pittura i corpi delle statue (o parti di esse): se prima l’esattezza del contatto dipinto lasciava spazio all’indefinito della metamorfosi plastica, ora il corpo metamorfico corrisponde con esatta precisione all’immagine dipinta.
Come un’impronta, l’acquerello corrisponde alla scultura, di cui reca le tracce.
Un tale pensiero figurato mi fa tornare alla mente l’idea della “somiglianza per contatto” di Georges Didi-Huberman: seppure siamo di fronte a legami più che a impronte in senso stretto, la corrispondenza tra le opere, in dialogo tra loro, pone una questione dialettica analoga a quelle affrontate dallo storico.
Come si rapportano le opere fra loro? E cosa ci dice questo rapporto?
Gli acquerelli piccoli (ispirati ad altre opere o di pura invenzione) fungono da impronta poetica delle sculture.
Il discorso si fa più articolato negli acquerelli che rielaborano figure della storia dell’arte: queste a loro volta sono in qualche modo la matrice – matrice poetica se vogliamo – che Silvia (col medesimo approccio anacronistico del critico francese) utilizza per ottenere opere altre che pure sono legate alla sua diretta ispirazione. Qualcosa di diverso dalla citazione pura e semplice.
Le sculture evolvono, come si è visto, l’incontro e lo portano a compimento: la matrice poetica è stravolta nella metamorfosi del contatto. Sempre di contatto si parla: che se nel caso dell’impronta il contatto è ciò che lascia la traccia e così marca l’assenza, qui è un contatto che trasforma il contatto stesso in altro, perdendo la sua forma originaria.
Gli acquerelli grandi corrispondono alle sculture: le citano esplicitamente, in tutto o in parte, rafforzando la presenza di queste creature ibride nate dall’incontro. È una “somiglianza per contatto” che fa nascere un’opera, che ci ricorda la prima da cui si origina ma è un’altra.
La corrispondenza tra le opere ha dato vita a questo percorso iconografico che snodandosi in variazioni di sentimenti pensieri e tecnica, ci riporta al contatto e all’esattezza: la somiglianza tra acquerelli e sculture li lega con esattezza evocativa; tale contatto – fisico e iconografico – è qualcosa che, seppure imprevedibile nei risultati, lascia dietro di sé la propria impronta; proprio tale continua corrispondenza di rimandi chiude il cerchio riportandoci alla poesia dell’acquerello.
Pensieri e immagini sono dunque la stessa cosa: Poesia.
La poesia apre e conclude questa sinfonia sull’incontro in immagini e pensieri messa in scena da Silvia Fiorentino: la corrispondenza di forma e rappresentazione, di colori e bianco, esattezza e indefinito – di Arte e Vita.
Testo dello storico Marco Tarsetti